Delicatezza
Ed Ellise se ne andava. La parte più genuina, più allegra, più gioiosa della sua personalità cedeva la scena ad un'inusuale ombrosità, ad un'assenza di quelle espressioni creative, acute, che avevano tratteggiato, sino ad allora, gli istanti di chi si era trovato a spendere il proprio tempo accanto a lei.
Ellise moriva secondo le espressioni proprie di una crudele consuetudine. Si trattava di un atteggiamento ripetuto quello in cui ella, nella propria genuinità, si scontrava.
Se osava dir qualcosa su un accidente in cui era occorsa, magari una slogatura, magari un'infiammazione o magari addirittura una malattia, ecco che riceveva queste risposte: “C'è chi riesce a condurre una vita normale nonostante abbia un tumore”; “C'è chi ha vissuto con il corpo devastato dalle privazioni”; “Ho saputo di un atleta senza gambe che gareggia, corre e salta gli ostacoli. Di recente ha ricevuto anche un premio importante...”
Se, però, a quelle stesse persone fosse accaduto lo stesso accidente, ecco che mai avrebbero tollerato che si fosse usato un simile atteggiamento verso di loro; ed avrebbero risposto con protervia, forse carica di rabbia e di sdegno: “Ma che ne sai tu!”. E avrebbero ripreso a diminuire, trascurandole, le difficoltà altrui. A questo riguardo, si potrebbe forse usare quella parola che tanto fa chiudere gli occhi: ipocrisia. Vi era anche cinismo e indifferenza, ma questo non lo diremo.
Quel che si può dire è che Ellise, insieme a miriadi di altre figure che, come fu per lei, si disposero al mondo senza usare alcuna protezione né malizia, morì. Si lasciò morire.
Non una voce la ricordò, non una parola fu corretta verso il dolore che visse per tanto tempo. La morte fu la tregua da quel che ebbe i connotati di un'ininterrotta sevizie.