V. Il Viaggio
Assegnavi dunque un senso indefinito a ciò che presenta contorni precisi, almeno nell'ambito di chiare quanto finte categorie della psiche.
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Cécile ti chiamò due, tre, quattro inverni. Quando? 2001, 2002, 2003.
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Primo giorno. Dopo aver passeggiato tra le vie madrilene, sostavi al Jardin del Rastro: ti sedevi sul muretto dell'emiciclo costruito ai limiti del giardino. Tra il rumore del traffico cittadino, l'alternarsi delle genti, leggevi.
D'un tratto comprendevi ciò: scissione ed unione sono i vertici di un'altalena che ha i tratti del profilo di Cécile.
'Ti si esorta a sprofondare nell'inferno per aver chiara la luce del paradiso,' così pensavi di Cécile, 'lì dove il ribollio magmatico del tuo sé si cheta a tratti quanto più saggi i tuoi estremi.'
E Cécile diceva: "Là, dove la libertà individuale - così parlava allora - si scopre nella possibilità di incontrare i propri limiti." Era vaga nelle sue formule, la cara Cécile, perché allora tentava di sostenersi oltre ciò che le avrebbe suscitato dolore. Era una nuvola densa di scariche e grovigli interiori. "Allora, solo allora: scoperti i propri limiti, l'iniziazione si può avviare; e si avvia per trasformarli in risorse".
Sì, si trattava di formule semplici, da comunicazione rivolta verso le masse, ma in quanto ad individuazione di ciò che albergava in ella, nulla. Latitava. Ma D. attendeva che il suo volo sopra sé stessa giungesse poi a terra e, poi, ella si spingesse sin nel sottosuolo.
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I due, D. e Cécile, danzano quindi al ritmo lento di un rondò a specchio. D., nell'attesa che la versione aligera di Cécile plani a terra, abbandona il giardino, percorre il centinaio di metri che lo separa dal palazzo di calle del Gasómetro, entra nell'androne, risale le scale sino al primo piano e Cécile, più giovane di lui, desidera la sua presenza. Egli avrebbe attenuato la sua solitudine madrilena.
Cécile... Nata a Lione, si trasferì a Madrid, quando? Nel '98, sì. Ti invitò appena l'eco di sé portò la parola "solitudine" al suo animo. E ti aprì la porta.
Muta, senza mai un sospiro di desolazione, il suo aspetto era in perenne trascuratezza - è l'aspetto della scultrice di volti, per cui un volto ella ricerca per sé, terza ormai all'architettura, terza alla storia della filosofia occidentale, terza alla storia delle religioni: facoltà iniziate... - Cécile allunga la mano: ti sfiora il mento, la barba. Tu, venticinquenne, eri mite perché robusto, saldo, forte. E moristi.
Si volta poi Cécile, ti precede verso il soggiorno azzurrino, dov'è la tavola bianca, senza tovaglia. E, no: ella mai cucina né mai avrebbe cucinato. Altre mani cucinarono ogni giorno per voi.
Cécile ti vede: tu volgi a lei le sprovvedutezze che si volgono verso la memoria di sé, sulla quale si puntellano i piedi della propria esistenza.
"E' imprudente, D, assai imprudente fidarsi dei propri ricordi..."
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Fine quinta parte
Traduzione delle parole di Cécile: "Io non sono un dolce forno, ma sono una creatura libera: io non sarò mai!, mai!, mai!, una donna senza spirito come lo sono le donne cattoliche: ripugnanti ipocrite. Bleah. Quelle donne sono degli strumenti, nulla di più: incubatrici e servette. Piccole madonne con le sottane infuocate. E sono orgogliose del loro ruolo di anticristo. Come tu hai detto una volta: 'sono dei coltellini svizzeri'. Tu dicesti: 'trecentomila funzioni, ciascuna di queste mediocre'. Non dicesti così...? Ma ciò non è solo degradante - ferente - per le donne, no. Cucinare è la via larga che serve a mantenere in vita la sofferenza durante la vita: questo è diabolico. Nutrire le creature (esseri umani), che sono destinate a soffrire, è una persecuzione che origina da un cuore nato nell'inferno. Io preferisco passare per la porta stretta*: Alissa** non ha mai cucinato, miseria. L'umanità non deve essere al servizio delle res (cose) e nessuno dovrebbe rendersi responsabile di mantenere in vita delle creature che vengono torturate." (...) "Io accuso!***"
* "Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via
che conduce alla perdizione, e molti sono coloro che entrano per essa." (Mt 7, 13)
** Alissa (scritto pure Alyssa), personaggio de La Porta Stretta (La Porte étroite), romanzo di André Gide.
*** "J'accuse" ("Io accuso"), riferimento al necessario intervento di Émile Zola.
