V. Il Viaggio

 
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 "Je ne suis pas un dolce forno (Cécile usa l'espressione italiana - e già prova a parlare, qui e là, la lingua I.A.), mais je suis une créature libre: je ne serai - jamais!, jamais! - une femme sans esprit comme elles sont les femmes catholiques: hypocrisie dégoûtante. Bleee..." E con il viso esprime feracemente il senso della sua contestazione. "Ces femmes sont des outils, rien de plus: incubatrici et servette. Petites madones avec des jupes de feu. Et elles sont fiers de jouer le rôle de l'antéchrist. Comme tu l'as dit une fois: elles sont des coltellini svizzeri. Tu as dit: 'trecentomila funzioni, ciascuna delle quali mediocre.' N'as-tu pas dit ça...? Mais ce n'est pas soulement dégradant - blessant - pour les femmes, mais non... Cuisiner est la voie large pour maintenir en vie le douleur dans la vie: c'est diabolique. Nourrir des créatures, qu'il sont destinés à souffrir, est une persécution qui vient d'un coeur né dans les enfers. Je préfère passer par la porte étroite: Alissa n'était pas une cuisinière, putain de merde. L'humanité n'est pas au service des res et nobody devrait assumer la responsabilité de maintenir en vie des créatures qui sont torturées."
 
"Nobody?"
 
"J'accuse!" 
 
Cécile ti abbraccia. Nel segreto freni lo slancio di complicità verso la sua lotta, che evoca la tua. E' una lotta interiore, intima - lotta orientata a rifiutare il tout partout: così sciogli il dubbio del tuo esistere, attraverso il moto contrito e metafisico della rinuncia. 'Rinunciare significa pure morire - il martirio è così seducente, poiché soltanto morendo si rinasce a nuova vita', pensavi ingenuamente, 'ed è questa la promessa di un'esibizione di fede. Chi ricerchi la morte grida, grida il suo bisogno di vita, che la vita non può dargli se non nella sterilità lucida di un desiderio orientato a dar di sé la propria limitatezza...'

Assegnavi dunque un senso indefinito a ciò che presenta contorni precisi, almeno nell'ambito di chiare quanto finte categorie della psiche.


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 Cécile ti chiamò due, tre, quattro inverni. Quando? 2001, 2002, 2003.


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 Primo giorno. Dopo aver passeggiato tra le vie madrilene, sostavi al Jardin del Rastro: ti sedevi sul muretto dell'emiciclo costruito ai limiti del giardino. Tra il rumore del traffico cittadino, l'alternarsi delle genti, leggevi.

D'un tratto comprendevi ciò: scissione ed unione sono i vertici di un'altalena che ha i tratti del profilo di Cécile.

'Ti si esorta a sprofondare nell'inferno per aver chiara la luce del paradiso,' così pensavi di Cécile, 'lì dove il ribollio magmatico del tuo sé si cheta a tratti quanto più saggi i tuoi estremi.'

E Cécile diceva: "Là, dove la libertà individuale - così parlava allora - si scopre nella possibilità di incontrare i propri limiti." Era vaga nelle sue formule, la cara Cécile, perché allora tentava di sostenersi oltre ciò che le avrebbe suscitato dolore. Era una nuvola densa di scariche e grovigli interiori. "Allora, solo allora: scoperti i propri limiti, l'iniziazione si può avviare; e si avvia per trasformarli in risorse".

Sì, si trattava di formule semplici, da comunicazione rivolta verso le masse, ma in quanto ad individuazione di ciò che albergava in ella, nulla. Latitava. Ma D. attendeva che il suo volo sopra sé stessa giungesse poi a terra e, poi, ella si spingesse sin nel sottosuolo.

***

 I due, D. e Cécile, danzano quindi al ritmo lento di un rondò a specchio. D., nell'attesa che la versione aligera di Cécile plani a terra, abbandona il giardino, percorre il centinaio di metri che lo separa dal palazzo di calle del Gasómetro, entra nell'androne, risale le scale sino al primo piano e Cécile, più giovane di lui, desidera la sua presenza. Egli avrebbe attenuato la sua solitudine madrilena.

 Cécile... Nata a Lione, si trasferì a Madrid, quando? Nel '98, sì. Ti invitò appena l'eco di sé portò la parola "solitudine" al suo animo. E ti aprì la porta.

Muta, senza mai un sospiro di desolazione, il suo aspetto era in perenne trascuratezza - è l'aspetto della scultrice di volti, per cui un volto ella ricerca per sé, terza ormai all'architettura, terza alla storia della filosofia occidentale, terza alla storia delle religioni: facoltà iniziate... - Cécile allunga la mano: ti sfiora il mento, la barba. Tu, venticinquenne, eri mite perché robusto, saldo, forte. E moristi.

Si volta poi Cécile, ti precede verso il soggiorno azzurrino, dov'è la tavola bianca, senza tovaglia. E, no: ella mai cucina né mai avrebbe cucinato. Altre mani cucinarono ogni giorno per voi.

Cécile ti vede: tu volgi a lei le sprovvedutezze che si volgono verso la memoria di sé, sulla quale si puntellano i piedi della propria esistenza.

"E' imprudente, D, assai imprudente fidarsi dei propri ricordi..."  


***

Fine quinta parte


 Traduzione delle parole di Cécile: "Io non sono un dolce forno, ma sono una creatura libera: io non sarò mai!, mai!, mai!, una donna senza spirito come lo sono le donne cattoliche: ripugnanti ipocrite. Bleah. Quelle donne sono degli strumenti, nulla di più: incubatrici e servette. Piccole madonne con le sottane infuocate. E sono orgogliose del loro ruolo di anticristo. Come tu hai detto una volta: 'sono dei coltellini svizzeri'. Tu dicesti: 'trecentomila funzioni, ciascuna di queste mediocre'. Non dicesti così...? Ma ciò non è solo degradante - ferente - per le donne, no. Cucinare è la via larga che serve a mantenere in vita la sofferenza durante la vita: questo è diabolico. Nutrire le creature (esseri umani), che sono destinate a soffrire, è una persecuzione che origina da un cuore nato nell'inferno. Io preferisco passare per la porta stretta*: Alissa** non ha mai cucinato, miseria. L'umanità non deve essere al servizio delle res (cose) e nessuno dovrebbe rendersi responsabile di mantenere in vita delle creature che vengono torturate." (...) "Io accuso!***"

 

* "Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via
che conduce alla perdizione, e molti sono coloro che entrano per essa."
(Mt 7, 13)

** Alissa (scritto pure Alyssa), personaggio de La Porta Stretta (La Porte étroite), romanzo di André Gide.

*** "J'accuse" ("Io accuso"), riferimento al necessario intervento di Émile Zola. 

 



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