Parvulos de Paris


  Tra le strette arie di un acuto isolamento, Cécile spese la notte girovagando per la città. Sprofondò tra le allucinazioni sorte dalle sue insonnie, che governano gli istanti della sua vita tra sogni tremendi alternati a lucidità insostenibili: eccitazioni nervose, per dirla nei modi ottocenteschi, le quali giungono a suscitarle minuscoli tremolii delle gambe, lievi convulsioni delle dita, dei dorsi delle mani e dei polsi. Il corpo di Cécile si scatenò nei tremori che dettano il passo alla sua esistenza e si placano appena lei, Cécile, si mette in moto.
 
E' in tensione.

Un organismo perpetuamente in tensione incontra la sua distensione tra le svolte di un labirinto. Percorre i vicoli della capitale bianca, Parigi, la quale evoca uno sconfinato sepolcro imbiancato.

La metropoli è edificata su decine di catacombe, le quali appaiono meno spaventose dei “loculi” di superficie: le abitazioni. Le genti stentano a chiamare “casa” questi loculi, obbligate come sono ad abitarli. 'Se dovessi mettere dei fiori alle porte di queste abitazioni,' pensa Cécile, 'la città ne guadagnerebbe in chiarezza: si rivelerebbe l'essenza cimiteriale della grande metropoli bianca.' Prosegue. 'Del resto, un cimitero senza fiori è come un prato senza bimbi. Qui la notte di bimbini non ce n’è: si intravedono dei profili che appaiono e scompaiono tra le traverse dei vicoli: lumini, volti fatui, profili i quali evocano i monelli parigini descritti da Hugo, ed essi precipitano improvvisamente a terra con straordinaria sollecitudine. E' la paura di quel che hanno visto altrove a far cedere loro le gambe: se giungeranno all'età adulta, la vivranno a livello del suolo e, festosi, smaniosi, gli ignari ebbri assassini, colti perennemente da una spasmodica gioia, li calpesteranno: sono gli irriflessivi di ogni tempo, sinché essi non riconosceranno altro che le suole di un mondo che ha scelto di far penare chi già penò, come a dire: 'Soffri? Bene, noi la sofferenza la gettiamo alle ortiche e ci rendiamo sagaci, astuti, furbi, cattivi e schiacceremo la tua sofferenza! La tua sofferenza ci ricorda, come in un sogno sbiadito, ciò che abbiamo mancato: ti uccideremo!' Il mondo in luce fa a meno di loro.

Un uomo di quarant’anni, steso al centro di un marciapiede, resta accovacciato su sé stesso. Forse dorme. La sua barba, sporca e stopposa, si contorce in nodi spessi fin sotto il collo.
Un altro uomo è steso ai piedi di un muro, sdraiato su dei cartoni. Una coperta lo copre a stento, lasciandogli scoperti i piedi. E' magrissimo, il viso è scoperto, glabro se non per delle basette rossastre. Per tanto che sia spigoloso, il viso fatica a confondersi con le grate sulle quali è appoggiato.

Un altro uomo ancora, nella zona di St. Marcel, vicino al mercato biologico, non distante dal Boulevard Arago, accanto ad una pensilina artigianale di una metro di quelle antiche è disteso a pancia in giù, senza coperte, con la maglia strappata e i pantaloni, le mutande, abbassate sotto la vita. Il corpo è robusto, ma un braccio sembra paralizzato: nel voltarsi l’ha sostenuto con l’altro braccio; il viso, una guancia non corrisponde ai movimenti dell’altra. Cécile riconosce gli effetti di un ictus cerebrale.

A Place d'Italie una ragazzina di sedici o diciassette anni si appoggia contro una colonna di un edificio, di fronte ad un’altra pensilina. E' minuta, i capelli lunghi fino ai fianchi, d’un nero catrame, che dondolano insieme alla testa. Appare ubriaca. Le manca una scarpa. Cécile l'ha ritrovata dietro all’edificio e, nel riconsegnargliela, la ragazza le sorride, eppure sembra che il viso sia lì lì dal caderle dalla faccia. Tra un’espressione delle più fiacche, il sorriso dura il tempo di un lampo; nel rimettersi la scarpa inciampa su sé stessa: picchia il naso contro il lastricato. Non ha gridato. Cécile le ripulisce il sangue e, nel contatto con il corpo, la debolezza dei suoi muscoli la rende molto pesante, ma Cécile la sostiene.


Una donna, minuta anch'ella, sui sessanta, i capelli ricci e grigi, cammina a quattro passi da Cécile mormorando in spagnolo – perlomeno, sembra spagnolo quella lingua che ha poi gridato rivolta verso un gruppo di ragazzi sui trenta, algerini, che non si sono curati troppo di questa donna dall’aspetto come d’una nutria invecchiata.

 Cécile abbandona questo distretto per dirigersi verso Austerlitz, dove cerca il portoncino del palazzo abitato da Mirelle. Appena entrata nell’appartamento strettissimo, un vano scuro, buio, odoroso di calcinacci, un ragazzino di forse undici, dodici anni che dormiva sul divano accanto all’ingresso, ancora svestito, solo girato su un fianco, resta seduto sotto una piccola stampa della Madonna di Pompei, mentre beve del latte caldo da una tazza che tiene con entrambe le mani.

Con Mirelle, Cécile si dirige in cucina. Rivestendosi, indica il ragazzino: «Paris… hécatombe des enfants.»

'Sì Mirelle, hai ragione' pensa Cécile. Mirelle ride, il ragazzino trema, Cécile perde i contorni del quadro, che scricchiola, si lacera. Il ragazzino si riveste, vola via nella notte parigina; Mirelle si scioglie, il palazzo, i boulevard, la notte divengono una pozzanghera di inchiostro sull'ingresso di una porta bianca.

"Cécile", dice Anis, "Cécile...", mentre sfoca la passeggiata tra il sole che filtra dai vetri della casa-ruote. Lontana, come un sentimento non abbastanza vivo per farsi pensiero, sfuma lo sconfinato sepolcro dai tetti imbiancati e Cécile ora è cieca, procede a tastoni poiché i suoi occhi sono aperti. Anis la guida, Paris scompare. Si torna a viaggiare. 




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